lunedì 14 marzo 2011

UN RACCONTO...

Era un martedì come tanti altri. Ovviamente pioggia e ovviamente quella sottile coltre di nebbia che a Cremona non può mai mancare. Altro che città delle tre T, città delle tre N: noia, nausea e nebbia.
In classe si respirava la tipica atmosfera di tutte le scuole italiane; quella di chi tiene gli occhi aperti solo per forza d’abitudine. A spezzare la litania della professoressa che spiegava per la sesta volta lo stesso argomento, un toc-toc alla porta.
Sempre per forza d’abitudine ventitré teste si voltarono sgranando gli occhi alla vista di una ragazza sconosciuta, piccola e minuta che si affacciava timidamente all’interno.
La professoressa sorrise visibilmente infastidita per l’interruzione. “Sì, dimmi pure.”
La ragazza si fece avanti titubante e sussurrò: “Questa è la mia nuova classe.”
La fine del mondo!
Qualsiasi cosa potrebbe accadere nel fantomatico 2012 non sarà lontanamente paragonabile a quello che accadde quel martedì. Trascorse almeno un’ora prima che tutto tornasse ad un’apparente normalità e che la ragazza si potesse accomodare; vicino a chi? A me ovviamente.
Le sorrisi e lei mi rispose esitante. Aveva grandi occhi scuri e corti capelli castani. Le allungai la mano, “sono Giulia”, me la strinse goffamente, “mi chiamo Sicurezza.”
Sicurezza in poco tempo entrò a far parte del mio gruppo di amici e la sua timidezza iniziò piano piano a scemare.
Un pomeriggio, miracolosamente senza compiti!, io e i miei amici d’infanzia, decidemmo di far conoscere il centro città alla nuova arrivata.

“E qui Sicurezza puoi vedere degli originali resti d’arte contemporanea.” Scherzò Luca indicando i cocci di vetro sul marciapiede, provocando così l’ilarità generale.
L’unica a non ridere fu Sicurezza che si fermò a scrutare con disapprovazione quella mancanza di prudenza.
Le sfiorai il gomito per attirare la sua attenzione. “Andiamo?”
Eravamo in un angolino dei giardini pubblici quando Luca si stravaccò su una panchina.
“Questa è un’altra nota meta di pellegrinaggio, soprattutto notturno.”
Sicurezza mi guardò interrogativa, ma Elisa mi precedette prima che potessi risponderle. “Drogati.”
Il volto di Sicurezza divenne una maschera di pietra. Quel suo comportamento mi sorprese non poco, non conoscevo quel suo aspetto così serio, e ancora più mi sorprese la sua seguente osservazione.
“Non è una città particolarmente sicura Cremona.”
Sara scrollò le spalle, “come tante altre.”
“Dipende cosa intendi per sicura.”, s’intromise Elisa, “non ci sono assassini o furti particolari, nessun caso eclatante.”
“Beh, ma la sicurezza non è solo non avere killer che vagano per la città. Può dipendere da qualsiasi cosa. Se getto una bottiglia di vetro in strada, se non rispetto i segnali stradali, creo tutte situazioni di pericolo. Piccole cose come queste.”
Strabuzzammo gli occhi; di cosa diavolo stava parlando?, non eravamo mica a scuola.
Un auto ci tagliò strada, l’uomo al volante teneva in mano un cellulare.
“Questo cretino non è un esempio di sicurezza.” Provai a sdrammatizzare, ma l’unico effetto che ottenni fu un nuovo silenzio imbarazzante.
Luca diede una pacca amichevole a Sicurezza. “Ma dai, non fa niente. Ci penseremo quando sarà il momento.”
“Appunto, non rovinatemi la giornata con questi pensieri tristi.” Concordò Sara.
E il discorso si concluse lì, lasciando Sicurezza di un pallore cadaverico e me con l’amaro in bocca.
Non pensammo più alle parole di quella giornata e Sicurezza tornò ad essere quella ragazza spensierata che ormai era entrata a far completamente parte del gruppo, fino a quando il corso degli eventi non ci travolse facendoci rimpiangere quella giornata e la nostra stupidità.
Erano trascorsi tre mesi dall’arrivo di Sicurezza a Cremona e mai e poi mai avrei immaginato di sentire quelle tre parole che per anni non mi dettero tregua.
“Sicurezza sta morendo.”
Di qui alle prossime ore nella mia testa si creò il vuoto, popolato solo da sprazzi di colori, voci, odori e sensazioni.
La macchina, la corsa in ospedale, paura, bianco, freddo. Un camice, amici, lacrime, genitori, paura, freddo. Una voce, “non ce l’ha fatta.” Grida, dolore, freddo.
Sicurezza è morta.
Giorno cinque maggio, giorno del funerale di un’amica. Fra pochi minuti passerà Luca a prendermi, ci andremo insieme. Sicurezza è stata investita, mentre attraversava sulle strisce pedonali, da un ragazzo, un diciottenne ubriaco.
Inaspettatamente rivivo quel giorno, ormai un ricordo labile nella mia mente e le sue parole riecheggiano “la sicurezza può dipendere da qualsiasi cosa.” E, ormai troppo tardi capisco ciò che Sicurezza aveva voluto dire: la sicurezza in città, nella nostra vita la creiamo noi.
Chi è quel ragazzo che ha ucciso la mia amica? Ha solo un anno in più di me, va a scuola come me, ha una famiglia e degli amici come me, quel ragazzo potrei essere io. Io, disinteressandomi di ciò che mi circonda, di cosa sia realmente la sicurezza ho ucciso la mia amica. Basta un errore, una stupidata perché si crei un inferno, perché una vita venga tranciata.
E solo ora capisco quanto sia facile accusare gli altri, quanto non ci tocca un gesto fino a quando non ci coinvolge in prima persona. Capisco quanto siamo ignoranti ed egoisti, e mi rendo conto che se dovessi fare un indagine in classe, o anche solo chiedere a me stessa il significato della parola sicurezza pubblica non saprei rispondere. Perché non se ne parla, e quando lo si fa non è mai abbastanza. E se esiste qualcuno che vuole rompere quel muro di menefreghismo viene fatto tacere. Gli argomenti scomodi non piacciono a nessuno, forse perché ci coinvolgono in prima persona.
Luca è arrivato.
Andrò al funerale di Sicurezza, e le chiederò perdono per non averla ascoltata, lei che fra tutti era l’ultima a meritare quel tipo di morte.
La sicurezza è morta in noi, e forse non è mai esistita.

grazie a Giulia (IVB LING) che ha voluto scrivere per noi

2 commenti:

  1. unico ed interesante, ricco di significati profondi!
    Complimenti alla scrittrice!

    Eleonora

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