Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Ho sempre desiderato di ritornare nei posti in cui tanti anni fa ho abitato. Ora che sono vecchio posso ripercorrere dall inizio tutto quello che ho fatto in passato e voglio raccontarvi la mia storia. Ero in vacanza a Basilea, in Svizzera. Era appena arrivato il periodo natalizio. Gli alberghi erano tutti pieni e non avevo un posto fisso dove alloggiare. La situazione cominciava a farsi critica, così ho deciso di comprare una casa in un paesino a pochi chilometri da Basilea. Me la ricordo ancora come se fosse ieri: all'entrata principale c'era il camino,fatto di mattoni, accompagnato dai due divani che gli stavano davanti. La cucina era strettisima, riuscivo a malapena ad accendere i fornelli con il fiammifero. La mia camera da letto,invece, aveva un piccolo lucernario dal quale si poteva ammirare tutto il panorama
invernale. Sembrava una casa ideata apposta per me, aveva un'aria accogliente e confortevole. Quando le mie ferie a Basilea sono finite sono tornato a casa, nel mio appartamento di Milano. Non ero affatto contento di essere ritornato.Mi accorgevo subito dell'enorme differenza che la distingueva dalla casa svizzera. Dalla finestra si sentiva l intenso traffico che ti tamponava le orecchie giorno e notte, si sentiva l odore di smog insopportabile e nauseabondo. Non riuscivo nè a mangiare nè a dormire. È stato uno dei giorni più brutti di tutta la mia vita.
Da quel momento in poi, ho deciso di prendere una solenne decisione che mi ha cambiato la vita per sempre: diventare imprenditore e costruire case in tutto il mondo.
Avevo deciso veramente che cosa fare nella mia vita e l'ho presa al volo. Sono diventato ungrande imprenditore e in pochi anni ho fondato numerose case e villaggi turistici in vari luoghi del mondo. Con il passare del tempo, ero sempre più occupato e impegnato. Facevo solo quello, però mi piaceva. Era davvero la mia passione.
Quando è arrivata l'ora di andare in pensione, ho deciso di trasferirmi definitivamente nella casa di Basilea.
Certe volte ripenso ai bei tempi passati. Nella mia vita ho fatto tutto quello che volevo e ne sono felice. Era come vivere in un sogno, un sogno che non finiva mai.
PER ASPERA AD ASTRA Classe I B LINGUISTICO Liceo Ginnasio Statale"DANIELE MANIN" CREMONA. (ex allievo agente daniele manin agente blogger)
domenica 15 settembre 2013
Dio denaro
Presto
sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si
sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato come se la sua
vita appartenesse - sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo
- a qualcun altro…
aveva capito troppo tardi ciò che realmente era
importante nella vita.
Aveva iniziato a lavorare a sedici anni e per tutta
la sua vita non aveva pensato a nient'altro che ad accumulare denaro;
ora arrivato ad un'età avanzata si sentiva schiavo della sua
ricchezza.
Da giovane era solito pensare che chi aveva i soldi
aveva tutto, non gli importava di stringere legami affettivi, tanto,
prima o poi, si sarebbero sciolti.
Oh quanto si pentiva!
Sì, viveva in una bella casa, in caso di necessità
poteva permettersi le cure più all'avanguardia; ma tutto ciò non
poteva dargli una famiglia, dei nipotini che lo pregassero di
raccontar loro le storie della sua giovinezza e una moglie con cui
condividere la vecchiaia.
Si era sempre vantato di essere stato un donnaiolo,
ma ora si rendeva conto fin troppo bene che tutte quelle donne erano
state con lui solo perché attirate dai suoi soldi e dal suo nome
importante... forse se n'era reso conto anche all'epoca, ma non aveva
mai dato troppo peso alla cosa: mai avrebbe immaginato che si sarebbe
trovato ad invidiare le scene famigliari dei film natalizi americani.
Aveva cominciato a rendersi conto che la sua vita
non era poi così distaccata dagli affetti quando si era ritirato
dagli affari e tutti avevano perso interesse nei suoi confronti:
dopotutto era un essere umano; e in quanto tale aveva un disperato
bisogno di attenzioni.
Una volta gli era capitato di parlarne con la
persona che era ciò di più simile ad un amico che aveva, ma questo
aveva subito interpretato il suo senso di smarrimento come una
preoccupazione riguardo a chi lasciare la sua consistente eredità:
non aveva, infatti, né figli né parenti prossimi a cui devolvere
tutti i suoi beni.
Il problema era stato risolto in breve tempo con la
decisione di donare tutto in beneficenza.
Ora che il vecchio Alex aveva sistemato tutti gli
ultimi particolari della sua esistenza si era ritirato
definitivamente: usciva di casa in rarissime occasioni e passava il
suo tempo immaginando i falsissimi discorsi di cordoglio che i media
avrebbero messo in piedi per piangere la scomparsa di un importante
ex uomo d'affari come lui.
mercoledì 11 settembre 2013
Una giornata per caso.
A vederla luccicare tra
le colline sulla stradina di campagna, la giardinetta rossa piena zeppa di
bambini - bambine, nella fattispecie - sembrava venir fuori da una di quelle
scene di famiglie felici che, appena possono, i pubblicitari infilano nei loro
filmati.
Il posto giusto
In alcune province si
trovano case la cui vista ispira una malinconia simile a quella dei chiostri
più tetri, delle lande più desolate, delle rovine più tristi; in queste case vi
sono forse qualche volta e il silenzio del chiostro, e l'aridità delle lande, e
le rovine di vecchi castelli.
Era esattamente questo
il posto in cui volevo stare, un paesino semi deserto dove nessuno sarebbe
venuto a rivolgermi la parola. Un posto dove finalmente sarei potuto stare
completamente da solo con i miei pensieri. Mi chiamo Luca e vengo da Milano.
Milano è il sogno della maggior parte delle persone e il mio peggior incubo.
Odio quella città è sempre così affollata, gli uomini in giacca e cravatta che
passano di fretta parlando al cellulare, le donne con i tacchi a spillo e
cinque borse per mano dei negozi più costosi della città, i gruppi di turisti
cinesi con Nikon di proporzioni esorbitanti, i bambini che urlano rincorrendo i
piccioni, gli adolescenti con i
pantaloni a vita bassa e i cappellini da repper, le ragazze che si fanno le
foto sui gradini del duomo facendo facce stupide. Odio il traffico, lo
sfrecciare di macchine, l’una vicina all’altra, il rumore dei clacson, le
biciclette tutte ammassate, il rumore dello scooter, la folla della metro, la
voce degli annunci dei treni. Non mi piacciono nemmeno i bar, i sorrisi falsi
delle commesse gentili solo al fine di farti comprare cose di cui non hai
veramente bisogno, odio lo sporco delle strade, i mozziconi di sigarette in
piazza, le cartacce appena fuori dei bidoni, le lattine ai lati della strada, i
vetri rotti. Odio i cani che abbiano, i gatti che miagolano, i bambini che
piangono, le suonerie dei cellulari, le sigle dei cartoni, i cartelloni
pubblicitari, le famiglie perfette in case perfette sulle riviste, i mobili
dell’ikea, i caffè dei bar, l’odore del negozio di Abercrombie, gli
occhiali troppo grandi, le gonne troppo corte, il trucco troppo marcato, i
fruttivendoli, i pescivendoli che urlano, i drogati nei vicoli, la gente che
puzza di vino, quelli che cantano in gruppo, la gente che balla, gli artisti di
strada, l’odore del cloro, le palestre, i tapirulan, l’odore di sudore. La
gente non mi sopporta perché dice che non mi va bene, il che è vero, e poi è
comunque una cosa reciproca, anch’io odio tutti. Non voglio parlare con
nessuno, vedere nessuno, non voglio avere contatti. E adesso in questo piccolo
paesino sulle montagne non dovrò più preoccuparmi di niente perché nessuno mi
verrà a cercare. Sono felice così.
Il fantastico Regno di Caroluit
In mezzo a un fitto bosco, un
castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e
dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai per un ponte levatoio sconnesso
per arrivare al castello del regno di Caroluit. Io mi chiamo Gianni, vivevo in una
piccola casa in campagna con mio padre. Mio padre un giorno per farmi
apprendere la grande arte della magia mi portò da uno stregone di nome
Giancarlo che viveva tra i boschi in una capanna. Ben presto mi accorsi che il
mio maestro in verità ero un mago che utilizzava la magia nera, appena lo
scoprii fuggii nel pieno della notte verso il villaggio. Sapevo che il mago
Giancarlo e il suo tirapiedi, un vecchio nano, sarebbero venuti subito a
cercarmi nella vecchia casa di mio padre così senza far rumore rubai un cavallo
e scappai verso il regno di Caroluit. Così eccomi qua in cerca del grande mago. Fui
subito accolto da un giovane ragazzo che mi accompagnò verso l’ingresso del
castello e che portò Fragolino, il mio cavallo, in una stalla. Entrai così nel
palazzo, il più grande e sfarzoso palazzo che avessi mai visto c’era un
interminabile corridoio da percorrere prima di arrivare nel salone principale
dove avrei potuto avere un’udienza con il grande Conte del regno di Caroluit. Quando
arrivai vidi seduto su un grande trono un uomo incredibilmente piccolo, senza
barba e con dei grandi occhi azzurri. Avvicinandomi meglio potei proprio
constatare che quella persone seduta non era affatto un vecchio signore ma
bensì un bambino. Il bambino notando il mio stupore mi disse: “Capisco il tuo
stupore, straniero, ma per quanto possa sembrare assurdo io ho cinquantasette
anni. Una strega malvagia mi ha fatto questo incantesimo e adesso avrò le
sembianze di un bambino per sempre. E tu chi sei ? risposi: “Mi chiamo Gianni,
sto cercando un rifugio dove stare per un po’ di tempo, un mago cattivo mi sta
cercando” “Oh, quanto ti capisco, stai tranquillo qui troverai tutto l’aiuto di
cui hai bisogno! Sophie, piccola mia, accompagna il nostro ospite in una delle
camere da letto” In quel momento arrivò una fanciulla bellissima, aveva dei
lunghi capelli ricci, rossi come il fuoco, aveva due occhi verdi oliva e un
sorriso meraviglioso, il più bello che avessi mai visto. È stato amore a prima
vista. Iniziai a trascorrere le mie giornate con lei passeggiando per i
giardini del castello, ci vedevamo ogni giorno. Più i giorni, le settimane
passavano più sentivo di amarla così un giorno mi recai dal Conte per
chiedergli la mano di sua figlia. Alla mia proposta il Conte si arrabbiò molto
dicendomi che non potevo sposarla perché Sophie era la sua unica compagnia e
sposandola lui sarebbe rimasto solo dato che nessuna dama del regno voleva
sposare un uomo bambino. L’unico modo che avevo per sposare Sophie era quello
di far tornare uomo il Conte, ma non avevo la più pallida idea di come fare. La
strega che aveva trasformato il Conte in un bambino viveva nel bosco,
decisi che sarei dovuto andare a farle una visita. La mattina dopo così mi
svegliai di buon’ora presi Fragolino e mi diressi verso il bosco. Dopo qualche
ora iniziai a vedere una piccola casetta vicino a una gigantesca quercia, scesi
da cavallo e bussai a quella catapecchia. Mi aprì una donna altissima, era
molto magra e i suoi capelli grigi le arrivavano alle caviglie, rimasi per un
po’ a fissarla fino a quando mi decisi a parlarle. “Buongiorno gentile signora
strega, sono venuto fino qua per chiederle un immenso favore” “Io non faccio
favori a nessuno” tagliò corto la strega. Io non volli arrendermi così
continuai a supplicarla per molto a dopo finchè arrivammo a un compromesso: io
lei mi avrebbe aiutato se in cambio fossi riuscito a trovare la sua anima
gemella. Me ne andai dalla casa rattristato convinto che nessun essere umano
avrebbe mai amato la strega, fino a quando mi ricordai del mago da cui ero
scappato mesi fa. Tutto allegro tornai dalla strega e le dissi che conoscevo
qualcuno. Così insieme andammo al mio vecchio villaggio a cercare il mago che
avevo tanto odiato. Che dire poi? Fu amore a prima vista, il viaggio di ritorno
al castello per me fu un vero strazio, ero costretto a sentire quei due mentre
si dicevano romanticherie d’ogni tipo. La strega era felice e lo sarebbe stato
anche il Conte dopo essere stato riportato alla sua età ed infine sarei stato
anch’io felice con la mia dolce principesse. Così tutti vivemmo felici e
contenti
Terri Lennox
Quando
lo vidi per la prima volta, Terry Lennox era ubriaco in una Rolls Royce fuori
serie, di fronte alla terrazza del "Dancers"…
Terry
era un bel ragazzo alto con i capelli fino alle spalle ricci e biondi, gli
occhi chiari…..Era uno di quei ragazzini ricchi a cui non era mai mancato
niente,ma che allo stesso tempo si
sentivano vuoti. Uno di quelli che di giorno scorrazzava in giro per la
citta`con la sua macchina sportiva e di notte spendeva tutti i suoi soldi in
bottiglie di vino e cocktail.I genitori uno imprenditore di un importante compagnia e
l’altra direttrice di una famosa rivista. Era cresciuto da solo, senza la
presenza dei genitori, con una governante russa che non sapeva parlare
inglese.Non ha mai avuto veri amici, ha sempre studiato da privatista senza
frequentare alcuna scuola. Studiava al mattino e al pomeriggio suonava il
violino e giocava a tennis, sempre all’interno delle mura della sua
villa.Quando usciva per comprare qualcosa o solo per fare una passeggiata era
sempre solo. Bello e dannato, ecco chi era Terry,con tutta la sua aria spavalda
e arrogante che serviva per non far capire alla gente quanto si sentisse triste
e solo. Non parlava quasi mai con nessuno, se ne andava in giro con quei suoi
occhiali scuri e la giacca di pelle. La sua unica amica era la sua auto.Nessuno
aveva mai voluto bene a Terry,e lui a sua volta non aveva mai amato
qualcuno.Sempre triste e sempre solo,solo la bottiglia di vino gli dava calore.
Un’anima persa senza un posto dove sentirsi a casa. Avere diciasette anni e
sentirsi gia`morti dentro e non avevere piu`nessun motivo per cui vivere.
Cosi`la notte del 31 luglio 1998 sotto il ponte della citta` Terry Lennox
getto`via la sua vita. Tre giorni dopo la polizia locale trovo`il cadavere,
quella domenica si svolse il funerale e presto tutti dimenticarono quell
ragazzo solitario.
La storia di Fatima
"Children,
don't play with children you don't know": ogni mattina le stesse parole, in tono più
lamentoso che autorevole, e che la vastità della spiaggia inghiottiva e
disperdeva senza eco. I due ragazzi, un maschio e una femmina, erano avvezzi a
riceverla come un segno di stanco commiato che significava, in sostanza,
"fate il comodo vostro e non seccate”
I due
ragazzi si chiamavano Carlo e Rosa, avevano la stessa eta`: entrambi avevano
compiuto da poco dieci anni. Si conoscevano da quando erano nati piu` e
passavano tutta l’estate in spiaggia a giocare insieme. Le loro madri nel
frattempo stavano sotto l’ombrellone, con il viso sofferente per il gran caldo,
passavano le ore a fare le parole crociate e a leggere romanzetti rosa da
due soldi comprati nell’edicola vicino
casa di Carlo. I ragazzi non capivano come le loro madri preferissero stare
sotto un ombrellone piuttosto che nuotare e giocare a palla.
Era un
giorno come tutti gli altri, Carlo e Rosa erano appena entrati in acqua dopo
essersi spalmati la crema solare e aver ascoltato le avvertenze delle loro
madri quando all’improvviso notarono una bambina che li stava fissando. Aveva I
capelli lunghi neri, gli occhi scuri e la pelle olivastra, I bambini non
l’avevano mai vista prima d’ora. Rimasero qualche secondo immobili senza dire
una parola finche` Rosa invito`la sconosciuta a giocare con loro. Carlo
penso`un attimo alle parole della madre, ma non se ne preoccupo`molto,e si presento`cosi`alla
bambina.
Pigramente
la madre di Rosa si alzo`dal lettino si avvio`lentamente verso il mare per
chiamare I due bambini per il pranzo quando noto`qualcosa di insolito: c’era
una terza bambina insieme a Carlo e Rosa. Mentre pranzavano la madre di Rosa
chiese chi fosse la bambina dai capelli lunghi neri, a quell punto Rosa
inizio`a raccontarle della bambina nuova.
La
bambina si chiamava Fatima e veniva dal Pakistan dove abitava con sua madre,
suo padre e le sue cinque sorelle.Suo padre picchiava sua madre di continuo, di
notte Fatima sentiva sempre sua madre piangere e sentiva suo padre andare in
una delle stanze delle sorelle da cui poi provenivano delle urla terribili. Una
notte sua madre la prese in braccio mentre dormiva e poco dopo si sveglio`sulla
macchina di suo zio, il fratello della madre. La madre di Fatima pianse per
quasi tutto il viaggio, ma ripeteva lo stesso a sua figlia che stave andando
tutto bene. Alle prime luci dell’alba Fatima e sua madre salirono su una barca
e dopo molti giorni arrivarono in Italia. La madre di Fatima era piu`felice qui
in Italia e non deve piu`mettere la sua veste nera e Fatima non
dovra`piu`nascondere I suoi capelli. La madre di Rosa rimase in silenzio per
tutto il racconto fino a quando Carlo inizio`a piagnucolare scusandosi di aver
disubbidito avendo giocato con una bambina che non conosceva. La madre lo
abbraccio`e lo rassicuro`dicendogli che avrebbe potuto giocare ancora con
Fatima.
Alex e la dipendenza
Presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio
e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato come
se la sua vita appartenesse - sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo
- a qualcun altro.
Era già passato un anno dalla sua prima volta, la
prima volta che tirò quella stupida manovella, fu amore a prima vista, si
innamorò dei numeri che andavano su e giù e del rumore delle monetine che
scendevano. Iniziò ad a tentare la fortuna una volta settimana, iniziava a
vincere un sacco di soldi, era felice e tutto stava andando nel verso giusto.
Vinceva spesso e così iniziò ad andare alle slot machine ogni giorno, le cose a
casa però iniziavano a non andare bene, Christine non sembrava contenta di
quello che Alex faceva nel tempo libero. litigavano sempre più spesso,
iniziarono a mancare i soldi e Alex non vinceva più. Non rinunciò a giocare ugualmente e Christine se ne andò,
Alex non era più felice, non aveva più nessuno ad aspettarlo a casa, non aveva
più amici, c’era solo quella maledetta macchinetta. Vinceva e investiva i soldi
appena vinti finchè non rimase senza niente. Era stato costretto a ipotecare la
casa, non gli era rimasto niente e non aveva nemmeno più i soldi per andare a
giocare. L’idea di non poter più tirare la manovella lo faceva impazzire, era
dipendente. Gioco d’azzardo patologico, si chiamava così la sua malattia. Non
era più lo stesso Alex, aveva perso tutto, ma era troppo tardi per cercare di
rimediare agli errori fatti, Christine non sarebbe più tornata. Aveva smesso,
lo decise quel maledetto febbraio, non voleva più essere dipendente dal gioco,
ne era convinto. Un giorno mentre stava passeggiando lungo il fiume trovò una
banconota, era una banconota da cinque. Rimase lì a guardarla per qualche
secondo, poi si decise, l’avrebbe giocata. L’ultima giocata. Era tutto
eccitato, quasi felice e quando si sedette sulla sedia alla macchinetta sentì
un brivido passargli sulla schiena. Tirò la manovella, quella che lo
affascinava così tanto. Gli si fermò il cuore quando i numeri si fermarono,
aveva vinto. Aveva vinto ventimila euro, Alex non riusciva crederci, non sapeva
se piangere o gridare. Alex riuscì a smettere e con quei soldi dopo qualche
mese decise di aprire un centro di cura
per il gioco d’azzardo patologico. Come lui erano moltissime di persone le che avevano
distrutto la loro vita puntando soldi ai casinò, alle slot machine, al poker e
alle lotterie. Arrivano tutti infelici come era stato lui e Alex decise di
aiutarli a tornare felici come lo era diventato lui.
"Il gioco d'azzardo corrompe le nostre inclinazioni, e ci insegna
l'abitudine dell'ostilità contro i nostri simili." (Thomas
Jefferson)
Mio fratello e il suo sogno
Il
mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo
non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni di
ragazzo. Io non sapevo neanche di cosa parlasse, ma per calmarlo facevo quella funzione
di ascoltare i suoi discorsi e applaudirlo, in quanto ero il fratello minore.
Il
suo sogno era quello di diventare una persona importante, una persona che la
gente non avrebbe dimenticato presto il nome. Credo aspirasse a una carriera
d’attore o qualcosa del genere. Sognava di apparire sulle riviste di moda in
copertina, di essere rincorso da una folla di ammiratrici e di mangiare nei
ristoranti più lussuosi, quelli dove solo un caffè ti costa l’ira di Dio.
All’inizio pensavo che questa fosse solo una delle sue manie di protagonismo e
credo che lo fosse davvero, ma qualcosa in lui con il passare degli anni
cambiò. All’improvviso non gli interessavano più le riviste, i vestiti firmati
e le macchine sportive, iniziò a studiare e si iscrisse all’università di
medicina. Si laureò e poi un giorno durante un pranzo di famiglia annunciò a me
e ai miei genitori che sarebbe andato in Africa. Quando pochi giorni prima egli
disse che voleva trasferirsi e andare a vivere lontano, ero convinto che
parlasse di Los Angeles e che gli fosse tornata la fissa dell’attore. Lui
parlava dell’Africa, mi chiedevo che cosa volesse andare a fare in Africa,
magari si era trovato la fidanzata a Johannesburg. No, mi sbagliavo,, si
sarebbe trasferito in Congo a fare il medico. Avrebbe aiutato le popolazione
del posto e sarebbe vissuto in una capanna. Mio fratello era veramente cambiato
ed io ero fiero di lui. Quell’estate andai a trovarlo, lo vidi felice come non
lo era mai stato. Era diventato una persona importante, per tutte quelle
persone lui era la loro unica speranza, e tutte le persone che avrebbe salvato
non si sarebbero mai dimenticate il suo nome.
Ricordi che sfuggono.
Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Potrei passare giornate intere ad osservare ciò che resta del mio passato.
Ricordo una casa alta, grande, grigiastra, con un grande portico sul retro, e un piccolo ritaglio verde davanti alla facciata. È lì che sono nato e cresciuto.
Se spio dalle finestre riesco a vedermi ancora insieme a mamma, mentre mi insegna a giocare a carte. Giocavamo ogni domenica pomeriggio, quando avevo finito di studiare.
Spostando lo sguardo c'è sempre quel tavolo, anche se ora sembra di legno grezzo e scadente, un tempo era lucido e maestoso.
Ricordo i cenoni in famiglia, e tutto il calore dell'affetto dei miei parenti.
E poi c'è il prato; com'era verde ed ora com'è secco e privo di vita. Non ci sono più fiori né alberi, ma posso immaginare le piante verdeggianti a cui era legata un'amaca, un'esperimento di papà. Ci passavo interi pomeriggi a leggere, ed in mezzo al mio giardino sognavo di trovarmi in una giungla selvaggia e ripercorrevo insieme all'autore le avventure del protagonista del mio libro preferito. Un po' più in là c'è la casa dei Wesly. Odiavo profondamente il loro alano nero. Non la smetteva mai di abbaiare. Alla fine erano stati costretti ad affidarlo ad un'altra famiglia a causa di diverse proteste e denunce. Per il mio amico Jack Wesly fu una vera e propria tragedia. Non venne a scuola per una settimana!
Eppure ora è tutto finito, io ho un'altra casa, più bella e spaziosa, e ho altri vicini senza alani rumorosi; ma nonostante ciò, non smetto mai di ricordare con piacere tutte le avventure passate. Considero una vera fortuna che certi episodi rimangano impressi in luoghi fissi, che probabilmente non scompariranno prima di noi. Almeno quando sento la nostalgia di casa posso scappare per un attimo dalla mia vita e tornare a quel passato che un po' mi manca!
Ricordo una casa alta, grande, grigiastra, con un grande portico sul retro, e un piccolo ritaglio verde davanti alla facciata. È lì che sono nato e cresciuto.
Se spio dalle finestre riesco a vedermi ancora insieme a mamma, mentre mi insegna a giocare a carte. Giocavamo ogni domenica pomeriggio, quando avevo finito di studiare.
Spostando lo sguardo c'è sempre quel tavolo, anche se ora sembra di legno grezzo e scadente, un tempo era lucido e maestoso.
Ricordo i cenoni in famiglia, e tutto il calore dell'affetto dei miei parenti.
E poi c'è il prato; com'era verde ed ora com'è secco e privo di vita. Non ci sono più fiori né alberi, ma posso immaginare le piante verdeggianti a cui era legata un'amaca, un'esperimento di papà. Ci passavo interi pomeriggi a leggere, ed in mezzo al mio giardino sognavo di trovarmi in una giungla selvaggia e ripercorrevo insieme all'autore le avventure del protagonista del mio libro preferito. Un po' più in là c'è la casa dei Wesly. Odiavo profondamente il loro alano nero. Non la smetteva mai di abbaiare. Alla fine erano stati costretti ad affidarlo ad un'altra famiglia a causa di diverse proteste e denunce. Per il mio amico Jack Wesly fu una vera e propria tragedia. Non venne a scuola per una settimana!
Eppure ora è tutto finito, io ho un'altra casa, più bella e spaziosa, e ho altri vicini senza alani rumorosi; ma nonostante ciò, non smetto mai di ricordare con piacere tutte le avventure passate. Considero una vera fortuna che certi episodi rimangano impressi in luoghi fissi, che probabilmente non scompariranno prima di noi. Almeno quando sento la nostalgia di casa posso scappare per un attimo dalla mia vita e tornare a quel passato che un po' mi manca!
I segreti delle pareti.
In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.
Litigi pazzi e rosso
Cris.
L'altro giorno, esaminando le mie carte, ho trovato nello scrittoio la copia di una lettera, spedita da circa un anno ad un vecchio compagno di scuola: Cristian.
Storie di un fratello maggiore
Il mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni da ragazzo. Io non sapevo neanche di cosa parlasse, ma per calmarlo facevo quella funzione di ascoltare i suoi discorsi e applaudirlo, in quanto ero il fratello minore. Mi toccava sorbirmi tutti i suoi discorsi.
La mia pazzia
Quando lo vidi per la prima volta, Terry Lennox era ubriaco in una Rolls Royce fuori serie, di fronte alla terrazza del "Dancers"."Si ricorda altro?" mi chiese il mio psicologo.
Mio fratello
Il mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni di ragazzo. Io non sapevo neanche di cosa parlasse, ma per calmarlo facevo quella funzione di ascoltare i suoi discorsi e applaudirlo, in quanto ero il fratello minore.
Scelte sbagliate.
Presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato come se la sua vita appartenesse - sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo - a qualcun altro.
La scogliera.
"Children, don't play with children you don't know": ogni mattina le stesse parole, in tono più lamentoso che autorevole, e che la vastità della spiaggia inghiottiva e disperdeva senza eco. I due ragazzi, un maschio e una femmina, erano avvezzi a riceverla come un segno di stanco commiato che significava, in sostanza, "fate il comodo vostro e non seccate".
il più bello della storia.
"Children, don't play with children you don't know": ogni mattina le stesse parole, in tono più lamentoso che autorevole, e che la vastità della spiaggia inghiottiva e disperdeva senza eco. I due ragazzi, un maschio e una femmina, erano avvezzi a riceverla come un segno di stanco commiato che significava, in sostanza, "fate il comodo vostro e non seccate"…
I soldi non fanno la felicità.
Quando
lo vidi per la prima volta, Terry Lennox era ubriaco in una Rolls
Royce fuori serie, di fronte alla terrazza del "Dancers".
Tutti in città lo descrivevano come un poco di buono, che aveva
combinato qualcosa nella vita solo grazie ai finanziamenti del padre.
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